Opera di Mariano Silletti

Chi cambia cosa: quando il timbro macchia più le mani che il foglio

 

Aniello Ertico
Presidente di Porta Cœli Foundation

 

Che gli umani abbiano confuso la loro propensione evolutiva con l’emancipazione dall’essere un “uno” con il resto della realtà (nelle sue indeterminabili forme e dimensioni), sembra più un’evidenza che un’ipotesi.

A furia di celebrare la facoltà all’autodeterminazione rischiamo di rimuovere la più meravigliosa delle facoltà umane: l’interazione di sistema, reticolare e interconnessa, con gli altri ma anche con la materia (quella in senso stretto e quella sottilissima fatta di percezioni). Senza aver mai appreso nulla circa un’eventuale funzione di richiamo mnemonico indotto, collezioniamo nei cassetti una quantità indefinita di orpelli, oggetti del tutto inutili o feticci (talvolta anche di dubbio gusto) perché li battezziamo come evocativi di qualcosa che in noi ha lasciato una traccia, un’esperienza emotiva che ancoriamo agli oggetti. Simboli che, come ormeggi, ci legano alle situazioni e che convocano una ancestrale capacità di richiamo sensoriale per rivivere, pari pari, il già vissuto.

Nelle neuroscienze la sintesi del fenomeno è denominata “memoria cellulare” e si propone nella sua originaria versione di letteratura come una facoltà propria del nostro corpo di ritenere al livello di ogni singola cellula i ricordi delle esperienze. Come se il mondo e la realtà che viviamo nel mondo lasci a ogni significativa esperienza un’indelebile impronta nella nostra materia. Il tema significativo è che il richiamo di tali memorie cellulari si traduce in vero e proprio “sentirsi” ed è quindi in grado di condizionare, con rinforzi positivi o negativi, i nostri comportamenti. La nostra identità è quindi alterata quotidianamente dalle memorie vecchie e nuove che si rincorrono nelle nostre cellule e che ci inducono ad assumere posture. Dopo tutto, la memoria smarrita equivale alla perdita di identità.

L’evoluzione della ricerca, tuttavia, ha prodotto la certezza che la memoria cellulare non è propria solo della materia umana ma che si estende come prerogativa a tutte le cellule di ciascun organismo esistente. Tale evidenza proporrebbe la necessità di pervenire a una rinnovata coscienza: tutto ciò con cui veniamo in contatto e con cui interagiamo altera, con impronte indelebili, la nostra materia; vale però anche il corrispondente. La nostra interazione con le cose con cui interagiamo lascia le nostre impronte sul mondo.

Non si tratta meramente di confermare come la nostra memoria olfattiva o sensoriale abbia la capacità di evocare coscientemente le esperienze ma di come, dopo una qualunque esperienza, noi cambiamo e di come cambia la realtà che ci circonda. Avere memoria cellulare richiama alla suggestione dell’uno fatto di infiniti singoli in continua osmotica alterazione reciproca.

Il tema è che viviamo così da sempre senza saperlo.

Qualcuno prova ad applicarsi in questa ricerca con l’intuito, la tecnica e un qualche metodo. Come al solito, oltre che la scienza, se ne occupa l’arte. La prima prova a restituire risposte possibili, l’arte continua a interrogarsi con quesiti sempre rinnovati.

Ora, per esempio, Francesca Piovesan e Alice Padovani, artiste di chiarissimo talento, si approcciano al tema con un indice di spregiudicatezza disarmante. La prima sembra volersi adoperare in una ipnotica pratica di contaminazione della realtà con il sé, la seconda sembra fare l’operazione contraria: provoca la materia affinché possa esserne contaminata.

Immaginare una mostra bi-personale delle due artiste è come tentare di restituire l’effetto osmotico di ciò che ci cambia e di quel che noi alteriamo. Non si tratta di un risultato finale quanto piuttosto di incrociare le traiettorie di quel che parte da noi verso il mondo e di come il mondo timbra di sé ogni nostro corredo fisico.

Dopotutto, lo sperimentiamo ogni giorno, l’intera vita si iscrive nel nostro corpo: gioie e dolori, emozioni primarie e correlate, ansie e desideri, diventano scheletro e muscoli, energia o stanchezza, sintomi e risvegli, patologie e rinascite. Ogni complesso di memoria individuale diventa una identità di stato ma anche un tratto evolutivo da completare.

Siamo, alla fine, tutti ancora in perenne gestazione, protetti da una corazza di fragile pelle che, a sua volta, assorbe le memorie del mondo in noi e trasferisce le nostre impronte al mondo.

Ogni 28 giorni la pelle di un essere umano si rinnova totalmente. Nessuno sa ancora immaginare dopo quante impronte lasciate né dopo quante memorie immagazzinate.

Francesca Piovesan e Alice Padovani, con il loro lavoro, fanno omaggio a questa titanica e silenziosa epopea del vivere nell’uno con il mondo, che vive in noi e che cambia insieme a noi facendoci memorie e consegnandoci ricordi, irrinnegabili.