opera di Marcello Mantegazza

404.06 / Memorie della pelle. Alice Padovani, Francesca Piovesan

 

Donato Faruolo
Curatore della mostra 

Dare forma al tempo che si abita è la meno essenziale e al contempo la più determinante delle esigenze umane. In tempi di scarsità, la società è naturalmente portata a concentra le proprie energie sulle attività che consentono la salvezza e il sostentamento di base, e si ritiene talvolta che tale discernimento comporti – anzi, quasi necessiti moralmente – l’esclusione delle facoltà dell’elaborazione culturale: non è così. In ognuno dei momenti più bui della storia, l’uomo, mentre tentava di sopravvivere, ha sviluppato forme peculiari di “cittadinanza”, stendardi di consapevolezza della propria posizione e del proprio ruolo in un habitat. Si pensi solo a Jan Liwacz, il prigioniero polacco che, nel forgiare l’iscrizione “Arbeit macht frei” che campeggia sui cancelli del lager di Auschwitz, decise di capovolgerne la lettera B, manifesto universale del dissenso anche nella condizione di impotenza contro la forza bruta del potere e della violenza.

In epoca di austerità, di patti di stabilità, di revisioni della spesa, di gare al ribasso – e di spopolamento, di autonomia differenziata, di crisi delle democrazie rappresentative – pensare a “mettere da parte” patrimonio artistico in un paese di cinquecento abitanti può apparire paradossale. Quando mi chiedono se l’arte serva davvero a qualcosa, ricordo che, pur nell’incertezza e nell’estrema precarietà dei tempi, radere al suolo una città come Roma o Venezia sarebbe ancora, nonostante tutto, riconosciuto come un imperdonabile crimine universale. Così non è stato, purtroppo, per Hiroshima, Gaza, Avdiivka o Grozny.

 404, il programma di Porta Cœli Foundation fatto di azioni nomadi e diffuse per l’arte contemporanea in Basilicata, giunge alla sua sesta tappa. Nell’ambito delle attività di Ori e orazioni. Galleria civica di Armento, la mostra Memorie della pelle è la doppia personale delle artiste Alice Padovani e Francesca Piovesan, allestita negli inediti spazi della Cappella dell’Annunziata.

La mostra ha un triplice scopo: è sia un racconto trasversale nella produzione delle artiste, sia la presentazione dei risultati di una residenza artistica, sia un discorso di interlacciamento della loro opera al progetto culturale della galleria. Un’operazione essenzialmente focalizzata sulla cura del senso, della proficuità di un incontro tra urgenze inaspettatamente complementari, quelle della produzione artistica e quelle delle forme della cittadinanza contemporanea, in luoghi che vogliono fare della loro distanza dai centri l’opportunità per parlare di una condizione di necessaria “eccentricità”, del bisogno universale – e non solo armentese – di coltivare le alterità, dopo decenni di coltivazione del complesso dell’inappropriatezza al mondo moderno e globale.

 Individuate con il conferimento del premio 404 nell’ambito della terza edizione di Mediterranean art prize (Monteserico, 2023), il profilo delle due artiste è tracciato attraverso l’allestimento di oltre dieci opere ciascuna, selezionate tra le produzioni recenti in grado di sostenere l’appropriatezza e il senso di una “presenza” in un luogo e in un tempo specifici. Il lavoro di Alice Padovani e Francesca Piovesan, infatti, è apparso da subito straordinariamente eloquente nell’ottica di offrire un contributo all’indagine che la nuova galleria civica stava cominciando a intraprendere. Accade ad Armento, cinquecento abitanti sulle montagne dell’entroterra lucano, ed è un discorso intorno alle figure guida dei santi siculo-bizantini Luca e Vitale e al proposito di far riemergere, attraverso azioni e politiche, la traccia di una matrice culturale italo-greca sepolta da spinte assimilative e conformanti. La galleria e la sua collezione permanente di icone sacre sono diventate l’impulso per fare del paese un punto di osservazione e di azione sui fenomeni del contemporaneo in una chiave altamente specifica. Uno scandaglio delle persistenze e delle risonanze di un paradigma dell’arte, quello dell’iconografia bizantina, ancora in grado, inaspettatamente, di dire qualcosa a proposito delle tare e dei rimossi dell’arte contemporanea tutta: la trasfigurazione oltre il somatismo; un’identificazione tra immagine e soggetto che non passa necessariamente per la somiglianza e la narrazione; l’opera come percorso di coscienza, di immersione e astrazione da pure contingenze e attualità; l’uso dell’oro come linguaggio della trascendenza e della rivelazione contro la stupefazione e l’abbaglio del Barocco. Sono tutti fattori propri di un’arte che non insegue spasmodicamente la novità e l’autorialità dell’immagine/oggetto/merce, quanto piuttosto la processualità di un fare artistico che è anche, soprattutto, la fatica di aprire varchi nell’assopimento delle cognizioni comuni.

 Non solo, quindi, ricorrenze formali – entrambe le artiste adoperano l’oro in maniera strutturale – quanto piuttosto una lunghezza d’onda, l’intuizione di una traccia, una curiosa “coincidenza” di propositi e metodi, pur nell’estrema diversità dei due percorsi artistici. Alice Padovani e Francesca Piovesan hanno partecipato quindi, nel mese di marzo 2024, alla residenza intitolata Il ramo d’oro, dal celebre saggio centenario di James George Frazer, tra i primi trattati di antropologia a volgere lo sguardo sulla ricorsività delle strutture del sacro in religioni, superstizioni, mitologie attraverso lo spazio e il tempo, con uno sguardo alla ritualizzazione del rapporto dell’uomo con la natura e con la percezione di sé nel cosmo – temi centrali nel lavoro delle artiste. Un richiamo, inoltre, alla celebre Corona di Kritonios, capolavoro dell’archeologia e dell’oreficeria magnogreca, un intreccio di foglie e frutti dorati, ritrovato ad Armento un secolo prima dell’uscita dell’edizione definitiva del libro.

 Alice Padovani, nata a Modena nel 1979, laureata in Filosofia e Arti visive, dalla metà degli anni ’90 ha lavorato per diversi anni nel teatro contemporaneo, sviluppando i presupposti per il proprio percorso di artista visiva e performer. Utilizza differenti tecniche, materiali e linguaggi espressivi, passando attraverso grandi installazioni di land art, raccolte, assemblaggi, performance e libri d’arte. Nelle sue opere compone frammenti di natura in nuove piccole elegie e cabinet de curiosités di tracce e scarti di vita, biologica e non. Memoria naturale e umana si confondono in una dichiarazione di comune alleanza, di pregnanza ecologica e simbolica, sottolineata da un’accorta ricorrenza dell’oro come momento di rinvenimento di un inatteso senso dell’aulico e del rituale. Alice alleva da sé insetti da cui recupera bozzoli, pelle, aculei, piume, corazze e scaglie, elementi che rivelano una passione entomologica che guarda in fondo ai terrori atavici dell’uomo, e che oltre la superficie sa raccontare strategie di esistenza e persistenza di straordinaria, ossimorica armonia.

 Francesca Piovesan è nata ad Aviano (Pordenone) nel 1981. Diplomata all’Accademia di belle arti di Venezia, si muove nell’ambito della fotografia in una dimensione che sconfina nella processualità performativa e nell’installazione: una fotografia che non è mera composizione formale di uno scenario del visibile, ma rituale del trasferimento e della persistenza dell’immagine, con tutte le implicazioni che questo comporta in termini filosofici, estetici, simbolici. I suoi lavori sono infatti lontani dal tema della somiglianza, del ricordo, della nostalgia. Sono collezioni di tracce, repertori di passaggi, più incentrati sul mistero e sul problema della rappresentazione e dell’immagine tout court che sulla rassicurazione di un riconoscimento: impronte su specchi, reazioni chimiche con le trame della pelle, impressioni fugaci del proprio stesso corpo, catalogate e “religiosamente” trattenute. Il suo uso dell’oro rimanda al momento sacrale dell’apparizione, così come il mitologico vasaio di Sicione, quando inventa la categoria del ritratto con il bassorilievo del viso di un soldato in partenza per la guerra, decide di custodirne l’immagine nel tempio, insieme alle cose che sono sacre per la comunità.

 Alice, dionisiaca: viscerale, oscura, densa, spogliata di moralismi e ansie di conferma sociale, si addentra con la faticosa conquista di una condizione di vulnerabilità nelle “spietate” risonanze di un rapporto con la natura. Francesca, apollinea: eterea, pura, impalpabile, adopera complessi procedimenti “alchemici” per riattualizzare atti di coscienza in cui la comparsa dell’immagine è insieme indentificazione e disidentificazione. In entrambe, la pelle acquisisce una connotazione rivelatrice, come quella frontiera e quel dispositivo di contatto con il mondo, naturale e culturale, biologico e psicologico. Entrambe porranno la pelle al centro di un atto performativo che è la chiave di volta dei propri rispettivi percorsi artistici. Alice, nella performance Deimatico (2021), inginocchiata a terra in posizione fetale, espone al pubblico e al cielo la schiena ricoperta da un’ipotetica pelle cosparsa di aculei, presi in prestito dal mondo vegetale e animale. Trascorrerà il tempo dell’azione in uno sfiancante processo di privazione di quella difesa, strappandosi di dosso la pelle che ospita gli aculei. “Deimatico” è infatti, in zoologia, il comportamento animale di chi performa, di chi esibisce una minaccia, un’azione che si colloca in un’oscura area tra la paura e l’aggressività, tra l’attacco e la difesa. Francesca in Ottocentoventisette (2012) mappa il proprio corpo provando a ridurre la superficie della propria pelle a una dissezione di forme geometriche, tracciando una gabbia wireframe di segni neri che possa offrire la traccia di un’ispezione insidiosa. Azione analitica, conoscitiva, e al contempo destinata al fallimento, allo smarrimento dell’unità riconoscibile del sé, negli anni conduce alla serie Aniconico, in cui preleva campioni di impronte corporee che, con un procedimento fotografico off-camera, fa reagire fino alla rituale riapparizione del colore e delle forme della pelle. I frammenti indecifrabili vengono poi ricomposti in figure a mosaico secondo le partiture tipiche della fotografia: figura intera, mezzo busto, primo piano, primissimo piano

 Francesca si addentra nel poetico fallimento annunciato di un’anatomia, espediente lieve e disperato per la ricerca del sé: l’antico miracolo dell’emersione della forma dell’umano nella superficie dello specchio, e poi della fotografia, è il tema che ripercorre in una serie di lavori che non perdono mai la loro straordinaria consistenza di oggetti, di feticci borghesi o liturgici, capaci di far aggrappare alla materia inerte evocazioni e suggestioni del sacro, dell’umano, della vita. Nel lavoro di Francesca si consuma il conflitto tra identità e riconoscimento, in un rapporto tutt’altro che lineare, niente affatto privo di insidie. Alice censisce i momenti in cui la natura sembra esprimere un’”intenzione”, un matematico scandaglio delle possibilità della biologia – e della forma – in cerca di un progetto di esistenza, lì dove arte e vita sembrano assomigliarsi nella comunanza di un intento e di un metodo esistenziale: offesa, difesa, persuasione, seduzione, repulsione, inganno, sono tutte procedure attraverso le quali un essere vivente statuisce le modalità attraverso le quali si preserverà come individuo e come specie. Da qui Alice trae aculei, spine, cortecce, radici, corna, squame, bozzoli che esprimono un campionario imprevedibile di strategie della vita biologica. Strategie che sembrano ripercorrere, tutte insieme, il campionario dei movimenti delle interrelazionalità umane, di quelle pulsioni che definiscono la nostra disposizione o indisposizione alla relazione con l’altro, di quelle spinte che ci vincolano alla dimensione sociale in maniera talvolta straordinariamente indiretta e conflittuale.

 Ecco la pelle. Perché la memoria? Perché Alice essenzialmente “raccoglie” e tassonomizza reperti di una storia naturale secondo i parametri e l’empatizzazione di una storia umana: affollano la sua produzione non solo i frammenti di scarti di vita in sé, quanto anche, con pari dignità, teche, mappe, espositori, piedistalli, e tutto il bric-a-brac comune alla museografia di storia naturale, così come alle wunderkammer, così come alle stanze dei trofei di caccia. Francesca, adoperando specchi e impressioni fotografiche, rimanda anch’essa a un’immaginario ottocentesco, tassonomizzante, naturalistico, positivistico: Olivier Wendell Holmes definirà il dagherrotipo uno «specchio dotato di memoria». Ma è anche lo stesso impulso alla registrazione e alla conservazione che fa della superficie della fotografia un dispositivo di memoria, così come la pelle riporta le memorie della vita in segni, rughe, cicatrici.

Restano ad Armento, come precipitato di questo proficuo passaggio, le opere prodotte durante la residenza per la collezione della galleria civica di Armento. Alice Padovani, con Arëmient symbola: una frugale scala contadina di fine Ottocento, approdata ad Armento sembra ripercorrere il tema dell’iconografia bizantina della “scala dell’ascesa divina”, così come, parafrasando Frazer, il tema persistente della fatica per l’elevazione dello spirito. In questo processo di universalizzazione dell’immagine accidentale in immagine simbolica, la scala di ricopre di foglia d’oro, diventando un oggetto di inquietante e spiazzante lucentezza. Il processo, paradossalmente, evidenzia crepe, fratture, rughe e nervature del legno consunto, cui si vanno ad aggiungere una serie di segni e simboli che l’artista raccoglie nel paese e incide sull’oro in maniera elementare, quasi infantile, primordiale. Francesca Piovesan lascia alla galleria Aniconico oro, elementi di un polittico in cui il consueto mosaico di tracce della pelle dell’artista si staglia su tessere campite eccezionalmente d’oro zecchino: un rimando a quella vertigine semantica tipica dell’iconografia bizantina in cui alla riconoscibilità di un rapporto frontale con il mondo si preferisce il sabotaggio retorico di un materiale che significa solo “luce”, che si rifiuta categoricamente di rappresentare alcunché, materializzandosi come buco nell’aspettativa di reciprocità dell’immagine. A queste opere si aggiunge La morte del tempo: Alice Padovani rinviene nel borgo semi abbandonato del Casale di Armento le corna di un bue, testimoni della vanità di una necessaria fatica trascorsa, di una traccia della memoria che si dissolve, dell’archetipo della lotta per la difesa e la prevalsa. Come una corona o un’aureola, le corna si vestono d’oro: risalgono via Terenzio per installarsi permanentemente – o per un lasso di tempo di cui da qui non vediamo la fine – in Ori e orazioni, la galleria civica di Armento.